Bastano un trifoglio e un’ape per fare un prato – scriveva Emily Dickinson in una poesia del 1755 – un trifoglio e un’ape, poi fantasia – avvertiva la poetessa – solo fantasia, se le api sono poche.

 

Ci sarebbe da chiedersi come mai, quasi due secoli dopo tanta illuminazione, la società intera abbia smesso di pensare all’importanza delle api e al loro ruolo nell’ecosistema. E come mai, anzi, la necessità di ripensare alla salute delle api non arrivi proprio dal settore agroalimentare, quello maggiormente beneficiato dal lavoro dell’operoso imenottero.

 

A Saturnia, ultra nota località termale in provincia di Grosseto, è stato ospitato nella sala convegni di Banca Tema, il 9 marzo 2019, un incontro proprio su questo tema – “Agricoltura con le api” – che si configura come seguito di quello che si era tenuto già nel 2017 per sensibilizzare apicoltori e agricoltori a una cooperazione sempre più consapevole e produttiva. L’idea nasce da una intuizione di Paolo Corbo e Fulvio Ponzuoli – apicoltore per passione e amante della natura il primo, presidente dell’associazione culturale La Piazzoletta il secondo – che facendo brainstorming durante una piacevole cena estiva hanno coinvolto Duccio Pradella, Paola Bidin, Alessandra Fellin, Marianna Dallai, Michele Valleri, Giovanni Formato, Marco Pietropaoli e Antonella Bozzano. Non è un’idea banale, nasce da una scelta consapevole: creare una rete tra tutti i soggetti interessati all’equo sviluppo del territorio. Dalla loro collaborazione è scaturito l’interessamento delle realtà a cui appartengono, e quindi dell’Associazione regionale produttori apistici toscani (Arpat), dell’Istituto zooprofilattico sperimentale Lazio/Toscana (IZSLT) e della Piazzoletta – associazione che tutela e riproduce varietà di vecchi grani tra le valli del Fiora e dell’Albegna. Con il patrocinio della Regione Toscana e la collaborazione di Conapi e Mielizia, nonché la partecipazione di Confederazione italiana agricoltori Grosseto, di Confagricoltura Grosseto e della Provincia, l’evento ha spesso preso le sembianze di un work in progress proprio grazie al pubblico e ai relatori, che si sono confrontati con franchezza partendo da due punti di vista che sono sempre stati assunti in antagonismo: quello dell’apicoltore e quello dell’agricoltore.

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Luca Allais
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Alberto Fatticcioni
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Valeria Bruni, assessora all’agricoltura del comune di Manciano, che ospita il convegno, apre la giornata ribaltando però l’antagonismo con parole dirette, da allevatrice: “Le api sono parte integrante del nostro lavoro di agricoltori, quello che faccio anche io, sono nostri partner fondamentali; essere allevatori non vuol dire solo allevare pecore ma anche api, che certo ci regalano il miele ma soprattutto svolgono il lavoro insostituibile dell’impollinazione”.

 

Duccio Pradella e Marco Pietropaoli

Ma allora, chi le tutela le api dalle sostanze tossiche di impiego agricolo? Duccio Pradella, presidente Arpat, cita qualche stralcio della nuova legge regionale toscana 49/2018 sull’apicoltura, sostitutiva della 21/2009 nella modifica delle norme per l’esercizio, la tutela e la valorizzazione dell’apicoltura in una regione definita a vocazione apistica. L’articolo 10 di questa legge è proprio quello che segna finalmente la differenza, chiarendo nel dettaglio il divieto di intervento fitosanitario con sostanze tossiche per le api su arboree, erbacee e arbustive durante la fioritura e anche in presenza di secrezioni extra fiorali di interesse mellifero. Inoltre, individua zone di rispetto intorno ad aree di rilevante interesse apistico, nelle quali è vietato effettuare trattamenti con qualsiasi prodotto fitosanitario potenzialmente dannoso per le api e la restante entomofauna pronuba.

 

Sospetti casi di tossicità e responsabili vanno immediatamente segnalati alla asl e le sanzioni in cui si incorre vanno dai 400 ai 2400 euro a ettaro, fino a un massimo di 30mila euro a multa.

 

“Certo – sottolinea Pradella – ritrovare il senso civico e la strada della collaborazione sarebbe ben più vantaggioso della fredda applicazione di legge e sanzione, che dovrebbero essere solo un supporto in una società pronta per crescere e guardare avanti”.

 

Pradella ha certamente ragione, non saranno le leggi a salvare una comunità che non coglie con prontezza i principi fondamentali, dettati dalla natura, per potere vivere bene e in sintonia con l’ambiente che sostiene l’esistenza umana. La natura sarà anche matrigna per inclinazione, come avvertiva il sommo Leopardi, certamente l’operosità dell’uomo negli ultimi duecento anni di vita sulla Terra non è andata nella direzione che avrebbe minimizzato questo impatto.

 

Nel settore agroalimentare, poi, complice la grande spinta d’oltreoceano, l’ultimo secolo ha avviato la disfatta delle condizioni che avrebbero permesso uno standard di vita certamente migliore dell’attuale. Anche per questo, al convegno di Saturnia bisogna riconoscere il merito di fornire un tavolo di discussione dove il confronto può stimolare velocemente il cambiamento e il miglioramento necessari.

 

Francesco Bortot

Sarà per questo che la prima esperienza che apre il convegno arriva da un apicoltore della zona del prosecco, in provincia di Treviso, terra di conquista di vignaioli assetati di facili guadagni. “Inutile negare che l’agricoltura veneta, più di tutte, ha premiato i pesticidi: con una media di 12 chili per ettaro di sostanza attiva, più lo spreco di acqua per il relativo trattamento in soluzione, cioè 195 milioni di litri di cui solo l’1% va a bersaglio, e il conseguente aumento delle polveri sottili, considerando 40 mila ettari vitati a prosecco, quello che ha l’impatto maggiore, potrei chiudere qui subito il mio intervento”. Invece no, Francesco Bortot, apicoltore del Montello Trevigiano, ne ha di cose da spiegare. “Avvelenamenti e agricoltura intensiva hanno abbassato la biodiversità causando moria e fuga di api. Vanno ripopolate? Si, ma risolvendo il problema a monte”.

 

Che il Veneto abbia un brutto curriculum a livello nazionale, ormai lo si sa: prima c’era il mais, che prevedeva la concia del seme con dei terribili neonicotinoidi per evitare la diabrotica in fase germinativa. Poi, scoperta la letalità di questo principio, nel 2008 sono state sospese le conce devastanti e le api erano ripartite con vigore per arrestarsi nuovamente con gli altrettanto letali trattamenti in vigna. Dove deve pendere, allora, l’ago della bilancia? Indubbiamente, bisognerebbe iniziare a chiedersi se questi 12 kg per ettaro di pesticidi – contro i 5 della media nazionale, che già non sono pochi – fanno male solo alle api o a tutto l’ecosistema, essere umano compreso. E se, diminuendo la biodiversità e la qualità del polline, la sostanza nutritiva contenuta nel cibo coltivato, la fertilità dei terreni, (di cui invece aumenta l’erosione), si possa essere tranquilli e sereni riguardo alla salute e al futuro benessere economico della società.

 

Intanto, Bortot risponde a qualche domanda: “In Veneto è scoppiato il caso sulla salute dei cittadini dopo che l’associazione ColtiviAMO futuro ha voluto esaminare i livelli di contaminazione su alcuni bambini esposti ai trattamenti in vigna – vicina alle scuole e alle case – risultati positivi, sopra il limite di guardia, per una molecola che è un interferente endocrino, il Clorpirifos. E poi le aziende sequestrate in Friuli, il vertice in prefettura a Treviso e la saltata candidatura dell’Unesco per la Valdobbiadene a causa del livello di tossicità della zona, tutto questo non è ancora sufficiente per ripensare il modello di sviluppo agricolo?”. Succede a Saturnia, proprio a ridosso della conferenza di ColtiviAMO futuro a Montecitorio, il 26 marzo, che rivendica l’inefficacia dei regolamenti sui fitofarmaci e l’immobilità dei sindaci, che dovrebbero occuparsi maggiormente della salute dei cittadini. Nonché della svalutazione dei loro territori con perdite di immagine come quella dovuta alla fuga dell’Unesco.

 

Insomma, non è solo un problema di api. Ed è quello che gli apicoltori urlano da anni: le api sono il segnale delle cose che non vanno, uno squillante e pericoloso campanello di allarme. “Il Veneto non è terra di apicoltori, altri interessi economici impediscono agli allevatori di organizzarsi” chiarisce Bortot. Eppure, grazie a una idea nata quasi per gioco, il progetto Apinvigna è diventato realtà. “Gli scandali hanno generato una forte attenzione del nostro comparto vitivinicolo sulla percezione del consumatore” spiega Bortot, che si riferisce alla neonata sensibilità sociale, diffusa, sui temi dell’ecosostenibilità. Quindi i viticoltori hanno capito che avere le api in vigna è un grande salto di qualità per l’immagine, si comunica in positivo esponendo i migliori indicatori di ambiente e qualità, le api.

Allora il progetto Apinvigna nasce sì dallo sviluppo di un’idea di Francesco Bortot, ma senza forzature. Anzi, diventa la base collaborativa per monitorare il destino delle api con quello delle viti.

Si è trattato di inserire postazioni di alveari in vigna con controllo delle qualità e quantità del polline, sviluppo della famiglia e monitoraggio della moria di insetti. “Negli anni buoni arrivavano circa 15/20mila alveari sul Montello, di cui autoctoni veramente pochi. È il nostro momento per avere attenzione e chiedere rispetto, L’obiettivo è comunicare, informare e lavorare insieme, l’unica strada percorribile per crearci un futuro”.

 

Luca Allais (AsProMiele)

Certo, il caso Veneto è attualmente il più scottante e forse il più emblematico per la collaborazione tra apicoltori e viticoltori, per fortuna non è l’unico. In Piemonte, terra di grandi e grandissimi rossi, un progetto simile si è fatto strada. AsProMiele (Associazione Produttori Miele Piemonte) ha iniziato a fare biomonitoraggi ambientali con le api già nel 2001, in Val di Susa. “Abbiamo iniziato in territori diversi per vedere i livelli di inquinamento – spiega Luca Allais, dell’associazione piemontese che conta tremila soci e 175 mila alveari, ovvero il 75% dell’apicoltura regionale – e dopo la Val di Susa c’è stata la Val Pellice nel 2003 e la provincia di Cuneo nel 2011”. E dopo ancora l’importante progetto nazionale triennale Beenet (Apicoltura e ambiente in rete, 2012 – 2014), collaborazione tra l’allora Mipaaf e l’Università di Bologna con l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, che ha riguardato per il Piemonte sei province e tutti i possibili settori agricoli, dal florovivaistico alla risaia, dal viticolo, all’orticolo, fino al maidicolo e al fruttifero, per raggiungere poi l’ambiente industriale in provincia di Alessandria e quello urbano a Torino.

 

Bene, con questa esperienza alle spalle, AsProMiele matura un nuovo progetto nelle Langhe doglianesi e monregalesi, zona di Dolcetto doc, dove si raggiunge un interessante accordo tra apicoltori e viticoltori: nel momento in cui si rileva flusso pollinico da vite negli alveari, si smette con i trattamenti in vigna fino alla fine della fioritura. Tutte queste diverse esperienze di monitoraggio, però, cosa ci riportano a livello di salute ambientale? “Prendendo i dati più recenti, l’indicazione è che il polline, soprattutto in alcuni settori, è molto inquinato, con residui sia di insetticidi che di fungicidi” illustra Allais, che ironizza poi su un aspetto tristemente evidente: “Immaginiamo di andare a dormire tutte le notti su un letto dove le lenzuola sono state impregnate con un po’ di insetticida e un po’ di fungicida, nell’immediato non ci succede niente ma a lungo andare la nostra prospettiva di vita non sarà quella normale”. Ecco, quindi, cosa ci possono insegnare le api se sappiamo ascoltarle interpretando quello che succede nel loro alveare.

 

AsProMiele, visti i problemi riscontrati con i residui del terribile glyphosate nel miele in commercio, insieme ai problemi di spopolamenti e avvelenamenti di alveari, ha investito sue risorse nel 2017 per il posizionamento di stazioni di biomonitoraggio indipendenti che analizzano il pane d’api, affrontando il progetto ambientale con una novità: cercare collaborazione con le realtà agricole contro cui gli apicoltori, nel passato, si sono sempre trovati in contrasto di interessi. “Facendo un percorso insieme avremo tutti quanti risultati positivi, questa è la prospettiva per contrastare i risultati allarmanti che abbiamo denunciato dopo il primo anno di attività, dopo il quale hanno sostenuto il progetto la Regione Piemonte e anche varie realtà del comparto vitivinicolo, partendo dal consorzio di tutela del Gavi”. Allais disegna insomma una fotografia finalmente diversa, anche per il Piemonte, sul fronte della collaborazione in atto per la sopravvivenza dell’apicoltura e dell’agroalimentare, settori indissolubilmente legati.

 

È fondamentale sottolineare che, mentre nel periodo primaverile le api devono convivere con polline inquinato da insetticidi e fungicidi dovuti ai trattamenti in corso, durante qualsiasi periodo dell’anno devono convivere con l’inquinamento da glyphosate, la celebrata molecola dell’erbicida totale che si era narrato sarebbe stata metabolizzata, chissà come, dall’ambiente, e invece se ne trovano residui da tutte le parti. Quindi ci dobbiamo convivere tutti, e proprio Duccio Pradella, per Arpat, esprime – dopo l’intervento di Bortot e Allais – la sua soddisfazione sul nuovo atteggiamento collaborativo: “Per fortuna le associazioni di categoria agricole si stanno interessando alle api, questo segna un grande cambiamento”.

 

Alessandro Fiorini (cantina Vignaioli del Morellino di Scansano)

E la Toscana, regione di grandi vini come il Piemonte, quale atteggiamento adotta? Alessandro Fiorini, agronomo della cantina Vignaioli del morellino di Scansano, importantissima realtà non solo regionale, porta ad esempio una sperimentazione che merita approfondimenti, ovvero il trattamento in vigna e in cantina utilizzando l’ozono come alternativa a fitofarmaci e pesticidi. Ci tiene a sottolineare, Fiorini, che parla sì come agronomo ma anche come viticoltore, offrendo quindi tutte le capacità consentite dal doppio punto di vista. Che lo porta a chiarire che “fare viticoltura sostenibile non significa tornare al passato, bensì cercare di mantenere le conquiste faticosamente ottenute riducendo però l’impatto ambientale, con grande impegno da parte di tutti”.

 

L’ozono, gas tossico per gli esseri viventi, ha però due vantaggi importanti: non lascia residui e non genera resistenza nei patogeni. Quindi si possono raccogliere i prodotti anche immediatamente dopo l’intervento. Come agisce su funghi, batteri e lieviti? “Ne distrugge la parete cellulare – spiega Fiorini – ma va prodotto al momento dell’uso, nell’immediatezza del trattamento, con un generatore montato sul trattore che lo produce dall’ossigeno come risultato diretto di una scarica elettrica”. Quindi, se in vigna è un antiparassitario, in cantina può servire per la sanificazione degli ambienti e delle attrezzature.

 

Con quali risultati? “Sia per il Sangiovese che per il Vermentino, il confronto tra l’uso del solo convenzionale e del solo ozono ha dimostrato che la copertura totale dagli attacchi si ottiene solo nel primo caso. Buoni risultati ha dato invece, per entrambi i vitigni, l’associazione di ozono e trattamento convenzionale ridotto del 30%, che copre totalmente dagli attacchi e facilita i trattamenti in prossimità della raccolta, visto che l’ozono non lascia residui nel prodotto”. Secondo Fiorini, insomma, l’ozono può integrare ma non sostituire i normali fitofarmaci, va però proposto il suo utilizzo riducendo il convenzionale e promuovendo una ricerca costante di soluzioni alternative, perché la viticoltura del futuro possa essere veramente sostenibile. Una cosa che sottolinea, questa volta da agronomo, è però il principio fondamentale che sta alla base di una qualsiasi coltivazione consapevole, in tal caso l’impianto di un vigneto. Ed è purtroppo qualcosa che in passato si è teso ad ignorare sensibilmente, ovvero la scelta dell’habitat giusto, quello più vocato. Quando questo non avviene, gli interventi dell’uomo con i trattamenti chimici di sostegno colturale, e fitosanitari, si moltiplicano, rendendo la produzione scadente e insostenibile.

 

Alberto Fatticcioni (azienda agricola Le Macchie)

È chiaro che a chiudere gli interventi esperienziali del convegno, che hanno offerto tutti i possibili spunti collaborativi tra i settori apistico e agricolo, non può che essere un giovane imprenditore che ha racchiuso entrambi gli aspetti in uno, ovvero in se stesso e nel suo lavoro, condiviso in un progetto famigliare che completa la filiera. “Non ho niente da insegnare, ho solo da imparare da tutti, è questa la cosa che in questi anni mi ha portato avanti” inizia Alberto Fatticcioni, azienda agricola Le Macchie in Val di Cecina, guadagnandosi la simpatia e la stima dell’auditorio, a cui spiega: “Sono un nativo rurale e questa non è una cosa secondaria, perché quando nasci e cresci in una casa come queste dell’Ente Maremma hai l’agricoltura attaccata addosso, e mi vengono i brividi ogni volta che lo dico”. Detto questo, Fatticcioni onestamente ammette che aveva provato a fare l’apicoltore puro (Apicoltura Nonno Berto, in omaggio al nonno materno emigrato dalle Marche alla Val di Cecina) e che ci stava anche riuscendo, però la vita lo ha trasportato altrove: “Nel 2012, per problemi di salute, sostituisco mio padre in azienda, completamente, e mi trovo a creare degli ecosistemi agricoli funzionali alla mia primaria passione, l’apicoltura”.

 

E allora, con 85 ettari divisi tra bosco e macchia, 20 di seminativo, 5 di olivo e 2 di vigna – più 3000 metri tra orto, frutti e aromatiche accompagnati da 150 famiglie di api, 4 cavalli e un asino insieme a tanti animali da cortile – l’azienda agricola Le Macchie, ormai fusa con l’apicoltura Nonno Berto, ci prova a promuovere il ritorno alla vera conduzione a misura d’uomo: “Andare oltre un’etichetta biologica attivando la formazione in apicoltura, permacoltura, agricoltura bio dinamica, organica e rigenerativa; creando ecosistemi agrari a misura d’ape, cura del suolo, cicli chiusi e produzione di qualità”. Bravi Alberto Fatticcioni e company, e buoni a tal punto i premi guadagnati: quello in agricoltura sostenibile – assegnato dal Confai di Livorno – e il premio Pontremoli per la zootecnia.

 

Lui stesso, però, encomia il ciclo virtuoso e chiuso che si realizza grazie al negozio di frutta e verdura della mamma, che riesce a fare conoscere e apprezzare questi prodotti. Ci vuole poi tanto a convincersi che per cambiare il mondo bisogna sostenere il cibo che nasce dentro queste aziende?

 

Fatticcioni, che ha visto il padre piegarsi alla logica industriale che non ripagava né il suo lavoro né quello delle api, propinando al commercio cereali che non potevano dirsi salubri – diventando quindi pedina del sistema che gli apicoltori combattono – non nega la difficoltà incontrata nel ribaltare in azienda tutto il sistema. E grazie a tutta la sua formazione teorica e pratica, snocciola come preghiere quelle che l’industria bolla come eresie: “Quattro anni di leguminose, sulla o lupinella, estremamente vantaggiose per api e suolo, che respira e non viene mai rivoltato. In totale la rotazione è ottenne, perché il quinto anno arriva il grano, il sesto i ceci, il settimo il farro o l’orzo o l’avena e l’ottavo le lenticchie”. Una scomunica industriale. Che si realizza a ciclo chiuso, utilizzando i propri semi e osservando quanto, grazie al lavoro delle api, dopo cinque o sei anni siano completamente diversi.

 

Perché nell’azienda condotta da Fatticcioni è stato realizzato tutto questo? Lui ride, ride e spiega: “Perché mi piace mangiare bene, in primis coltivo per me e per la mia famiglia. È strano che un allevatore non si accorga di quanto è buono il fieno di sulla e che l’apicoltore non sappia quanto il miele di sulla è ottimo, se i due sono la stessa persona”. Non è assolutamente sarcasmo, e con l’ottimismo di Fatticcioni si impara sicuramente una cosa: un altro modello di sviluppo era possibile e certamente sarebbe stato migliore, oggi è però ancora possibile prendere un’altra direzione, le evidenze che sia necessario sono maggiori di prima.

 

Non è una questione da apicoltori, non è un problema esclusivo del mondo agricolo, riguarda tutti. E visto che ormai l’appuntamento è confermato, se ne riparla a Saturnia 2020. Confidando nel veloce progresso della comunicazione, della collaborazione e della consapevolezza

 

Si ringrazia Luisella Meozzi per questo bellissimo articolo sul convegno

Di seguito la locandina con il programma 2019

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